Accademia Shiva Ksatriya Vidya

LA STORIA

ALLE ORIGINI DEL DURJAYA VIDYA 


Il Durjaya Vidya trae la sua origine dalla tradizione dei monaci guerrieri presenti in tutte le culture, in tutti i continenti. Nel corso della storia i monaci guerrieri sono apparsi ogniqualvolta la violenza e la sopraffazione stavano diventando comuni nei luoghi in cui vivevano.


L’apparire dei monaci guerrieri è sempre segno di una benedizione della Divinità che cerca in questo modo di riequilibrare la giustizia quando non viene mantenuta. Nel Durjaya Vidya ritroviamo la tradizione marziale e le tecniche da combattimento degli antichi kṣatriya, re santi guerrieri non monaci.

In queste tecniche sono raccolte le conoscenze più efficaci sviluppate nel corso dei millenni nelle arti guerriere indiane.


La tradizione dei Brahmakṣatriya, titolo dei monaci guerrieri, è legata alla pratica del Durjaya Vidya e non era originariamente presente nella cultura
indiana. 


La tradizione dei monaci guerrieri ritorna quando nasce la necessità di poter fornire a tutte le persone quelle conoscenze utili per essere di nuovo in grado di riportare alla luce i principi guerrieri e spirituali che prevedono l’onore e il rispetto ma anche il mantenimento della giustizia e il rafforzamento dell’individuo sul piano interiore che lo rende in grado di opporsi al male.


L’osservanza dei principi spirituali e guerrieri è una condizione indispensabile nella vita del monaco guerriero.


IL MAHāBhāRATA E I GRANDI GUERRIERI KSATRIYA

Tutte le più antiche arti marziali di origine indiana si ispirano al Mahābhārata, sacra scrittura ed epica raccolta di incredibili storie provenienti da un glorioso passato. Il Mahābhārata, “la grande battaglia”, raccoglie in sé tutti gli insegnamenti della filosofia indiana e rappresenta un’allegoria del vero significato dell’esistenza umana. 

In essa è racchiusa la conoscenza dell’universo e i più profondi insegnamenti sulle verità spirituali.


L’opera, scritta tra il 1400 e il 1000 a.C., è composta da 100.000 versi suddivisi in 18 libri e narra la storia e le imprese eroiche di alcuni grandi guerrieri e della battaglia tra due famiglie, i Kuru e i Pandava. Secondo la tradizione la paternità del Mahabharata è da attribuire a Vyāsa, un saggio indiano di cui non si conosce con precisione il periodo in cui visse. Si dice che Vyasa scrisse l’opera mentre si trovava sulle alte vette himalayane, lavorando senza interruzione per oltre due anni.


Come altre sacre scritture, compresa la Bibbia e i Vangeli, il Mahābhārata offriva insegnamenti spiritualmente profondi sotto forma di storie e racconti, affichè fossero facilmente accessibili alle menti più ignoranti o meno preparate e nascondeva in simbologie e metafore gli insegnamenti più esoterici.
Il libro più significativo del Mahābhārata è il sesto, chiamato Bhagavad Gītā, che in sanscrito significa “Canto dello Spirito” e fu scritto sotto forma di dialogo tra Kṛṣṇa e il suo più grande discepolo Arjuna


Il dialogo ebbe luogo a Kurukṣetra, alla vigilia di una grande battaglia.
La battaglia è quella interiore, materiale e spirituale che ogni essere umano affronta nella vita per raggiungere la realizzazione spirituale.


Nella storia, i fratelli Pandava vengono sfidati ai dadi dai cugini Kuru i quali, con l’inganno, ottengono il loro regno, condannando i Pandava a 13 anni di esilio forzato.


I guerrieri del poema sono in verità simboli degli aspetti negativi che corrompono l’anima oppure rappresentano le qualità dell’anima che avvicinano a Dio. Ad ognuno di essi è inoltre associato un cakra.


I protagonisti del poema:


Arjuna, Bhima, Nakula, Sahadeva e Yudhisthira: i cinque fratelli Pandava, figli di Pandu, (l’intelligenza pura).

Duryodhana e Dushashana: due dei cento fratelli Kuru, figli di Dhritarashtra, (la mente cieca).


Il loro significato sul piano simbolico:


Arjuna (terzo chakra): coraggio, determinazione, autocontrollo.
Bhima (quarto chakra): amore incondizionato, perdono, vitalità.
Nakula (secondo chakra) gemello di Sahadeva: perseveranza, affidabilità, capacità di praticare Niyama, le osservanze, le buone regole.
Sahadeva (primo chakra) gemello di Nakula: capacità di praticare Yama, stare lontano dal male.

Yudhiṣṭhira (quinto chakra): la calma, la perfetta centratura.


Duryodhana Duḥśāsana, desiderio materiale e rabbia.


Uno dei messaggi del Mahābhārata, è di affrontare la vita come una battaglia contro le nostre tendenze psicologiche più basse, contro i difetti e i cattivi atteggiamenti, procedendo fino a realizzare la nostra propria vera natura e avvicinarsi al Divino.


Nel Mahābharata troviamo la spiegazione del perché le arti marziali, e in particolare il Durjaya Vidya che proviene dalla tradizione indiana, lavorano sulla trasformazione e sul superamento degli atteggiamenti e delle attitudini negative che ci impediscono di percorrere al meglio il sentiero della nostra vita e di come l’arte marziale sia una disciplina nella quale il lavoro sul corpo e il lavoro sullo spirito sono strettamente interconnessi.

La tradizione dei guerrieri di shiva 



“Io ho creato le quattro caste, secondo le diversità di attributi (guna) e azioni (karma).
Sebbene ne sia l'Autore, sappi però che io non agisco e sono al di là di ogni mutamento.”

Baghavad Gīta, Capitolo 4, 13


Le Sacre Scritture dell’India spiegano le caste in modo differente rispetto a come sono intese attualmente. In origine, infatti, non si trattava di un sistema di classi sociali chiuso e basato sull’ereditarietà e neppure esisteva il concetto per il quale gli appartenenti alle classi più elevate avevano diritto a maggiori privilegi rispetto alle classi più svantaggiate.
Gandhi combattè molto contro la degenerazione di tale sistema, portando l’India verso l’abolizione delle caste. Avvenuta legalmente nel 1950, continua tuttavia ad essere alla base dei rapporti sociali della maggior parte della popolazione.
Le caste vengono tradizionalmente classificate in base al colore (varṇa) che le rappresentano e ai mestieri (jāti) che possono svolgere i loro appartenenti.


Le caste indicate nei Veda sono quattro:


Brahmani, sacerdoti e saggi, studiano i testi sacri e si occupano delle funzioni spirituali (legati al colore bianco);

Kṣatriya, nobili e guerrieri che detengono il potere politico e proteggono la società (legati al colore rosso);
Vaiśya, mercanti, artigiani e agricoltori (legati al colore giallo);
Śūdra, i servitori e gli operai (legati al colore nero).


Esiste inoltre la casta così detta dei Paria, gli “intoccabili”, detti anche Dalit (oppressi) o Avarṇa (senza colore) che sono al di fuori del sistema e si occupano dei mestieri considerati impuri, ossia di quelle attività che hanno a che fare con la morte o con la gestione dei rifiuti.
A loro è addirittura vietato l’ingresso ai luoghi di culto.


Chi sono gli Kṣatriya?


La parola k
ṣatriya significa “aggredire per difendere”.

Tradizionalmente gli kṣatriya  non sono soltanto dei guerrieri ma sono rappresentanti della giustizia e delle leggi di Dio. Investiti di tale ruolo, erano posti al comando della società e governavano con saggezza, onestà, equanimità. In caso di necessità intervenivano combattendo con coraggio e per questo ricevevano fin da bambini, uno straordinario addestramento marziale ed erano investiti del ruolo di insegnare a loro volta queste stesse conoscenze. Ispirati da un’incrollabile devozione, venivano definiti per questo Iswara Bhava, ossia guerriero “potenziato da Dio”.

Lo Kṣatriya era legato al culto di Śiva, detto “il distruttore”, Divinità guerriera per eccellenza.


In realtà il sistema delle caste, a cui gli kṣatriya appartengono, rappresenta più semplicemente una divisione della società basata sulle predisposizioni naturali e sui talenti propri di ogni individuo. Questo equivale al principio che ognuno ha un suo posto nel mondo. 

In linea generale, se riflettiamo sull’ereditarietà delle caste, possiamo comprendere come fosse consuetudine, per un bambino che nasceva in una famiglia di governanti e guerrieri, crescere in un determinato contesto sociale nel quale riceveva un’educazione che necessariamente lo avrebbe condotto a proseguire tali tradizioni. Dall’altra parte, un bambino che invece nasceva tra i Dalit, difficilmente avrebbe trovato il modo di studiare approfonditamente le sacre Scritture e diventare, per esempio, un Bramhan.


Un’ altra e ancor più profonda interpretazione del sistema delle caste è quella offerta dai sūtra, ampiamente spiegati da Sri Yukteswar nella “Scienza Sacra”. 

Secondo gli insegnamenti di Sri Yukteswar, le caste corrispondono a stati di coscienza, più o meno evoluti, che si raggiungono incarnazione dopo incarnazione. Non c’è giudizio su chi è più in alto e chi è più in basso, si tratta solo di stadi di realizzazione spirituale, a cui corrispondono diversi ruoli nella società, utili per l’evoluzione successiva.
Un’ anima che si incarna in una famiglia appartenente ai śūdra, per esempio, ha l’opportunità di evolvere attraverso le attività di servizio verso gli altri mentre, un’appartenente alla casta degli Kṣatriya, ha un ruolo e dei compiti karmici differenti, e lo stesso vale per le altre caste.



In particolare, riguardo agli 
kṣatriya, nei Sūtra è così riportato:



“Superato il primo stadio del piano di Brahma, l’uomo fa ogni sforzo per raggiungere l’illuminazione ed entra nella casta dei guerrieri, K
atriya.

Egli è spinto (dalle forze evolutive) a combattere (per la verità). Cerca un Guru e comprende il valore dei suoi divini consigli. In tal modo uno Kṣatriya

diventa idoneo ad abitare i mondi della comprensione superiore.”

shIva e la danza di distruzione 


Śiva, il distruttore, è uno dei tre aspetti della Divinità insieme a Brahma, il creatore e Viṣṇu, il conservatore.
Nella sua forma del Re della Danza, Śiva è chiamato Naṭarāja e viene tradizionalmente rappresentato con quattro braccia all’interno di un arco di fuoco.
Nella mano destra tiene il damaru, un piccolo tamburo a forma di clessidra che simboleggia l’Oṃ, il suono cosmico che da origine alla creazione. La mano sinistra sorregge agni, il fuoco, che rappresenta la distruzione intesa come purificazione. La mano destra in basso è sollevata nell'Abhayamudrā, e indica l’assenza di paura. La mano in basso a sinistra, invece, è stesa nel mudrā di benedizione karihasta.

Con il suo piede destro Śiva schiaccia il demone Muyalaka che rappresenta Mahāmāyā l’illusione cosmica responsabile dell’esperienza duale dell’uomo e del ciclo di nascita e morte (saṃsāra), mentre il piede sinistro sollevato simbolizza la coscienza spirituale che si è innalzata al di là dell’illusione del mondo per raggiungere la beatitudine infinita del Sé.


Attraverso la danza Śiva crea, conserva, distrugge. Combatte l’ignoranza e porta il devoto alla realizzazione spirituale. Nella simbologia questo movimento ciclico rappresenta l’eterno mutamento dell’universo, che viene creato, mantenuto in equilibrio e infine dissolto.
Nādānta è la danza di creazione, Tāndāva è la danza di distruzione, conservazione e creazione ma è anche la danza trionfante del vincitore.
Uno dei messaggi simbolici della danza di Śiva è quello di distruggere l’ignoranza dell’uomo e avvicinarlo alla Divinità. Il luogo della danza diventa allora il cuore, punto di contatto tra il macrocosmo e il microcosmo umano. In questo senso, il suono del tamburello di ŚIiva è sia il suono O, sia il ritmo del battito del cuore.


In tutte le culture più arcaiche era presente la danza, come rito per connettersi con il Cielo e la Terra o come forma di preghiera e offerta alla Divinità.
Anche i grandi guerrieri kṣatriya dell’India danzavano prima della battaglia; era un modo per entrare in sintonia con Dio e chiedere forza e protezione.
Nel Mahābhārata, una delle più grandi Sacre Scritture vediche, è narrato che Arjuna, uno dei cinque fratelli Pandava, durante il tredicesimo anno di esilio dal suo regno diventa maestro di danza, una strategia per nascondersi alla furia dei Kuru ma anche un modo per accrescere il contatto con il Divino.
Sia nella danza che nell’arte marziale, il corpo, la mente e l’anima si esprimono attraverso il corpo, che è la nostra porta verso l’esterno e rappresenta la parte materiale e più grossolana dell’uomo.


Secondo la tradizione, la danza di distruzione di Śiva porta in manifestazione il Durjaya Vidya. Il praticante entra nel ritmo di Śiva e della sua danza; nel ritmo della Terra e nel ritmo dell’avversario.
La sua pratica costante e lo studio dei suoi principi conduce alla realizzazione del Dharma guerriero, cioè della giusta azione da realizzare in ogni aspetto della vita. Si tratta, per esempio, del rapporto armonioso con gli altri oppure della ferma opposizione contro l’ignoranza che si manifesta in varie forme.


Il praticante di Durjaya Vidya trova la giusta espressione dell’arte marziale nella cura gentile prestata a un bambino così come nella dura reazione all’ingiustizia perpetrata da un violento aggressore. In questo senso, l’arte marziale rappresenta uno strumento donato da Śiva all’uomo per combattere l’ignoranza.
La consapevolezza è parte del ritmo della vita che la danza di Śiva simboleggia nella sua opera di creazione e distruzione e che fa parte dell’alternanza che si ritrova in ogni esistenza.


Quando Śiva esegue la sua danza insegna all’esperto guerriero che pratica Durjaya Vidya il giusto ritmo che, come l’onda del respiro, può creare e distruggere. L’inspirazione è l’onda che raggiunge la spiaggia e l’espirazione è l’onda che si allontana. Entrambe regolano l’energia del combattimento.