Accademia Shiva Ksatriya Vidya

Guerriero Shiva

La filosofia del guerriero nel rispetto dei più deboli


Un monaco guerriero  è un rappresentante del principio etico marziale e rispetta tutte le creature e, proprio per questo, ha il dovere di combattere contro chi abusa violenza, allo scopo di fermarla. 

Il senso completo dell’ahiṃsā, così spiegato, è la radice da cui hanno origine le arti marziali più antiche e autentiche, compreso il Durjaya Vidya. Aggredire per difendere era il dovere degli Kṣatriya indiani ma rappresenta anche il principio etico su cui si basano gli insegnamenti del Durjaya Vidya.



L’etica del guerriero Brahmākṣatriya


“AHIMSA PARAMO DHARMA” - il mondo Occidentale è venuto a
conoscenza del concetto di Ahiṃsā, la non-violenza, soltanto nella prima metà del Novecento, grazie alla popolarità del Mahatma Gandhi. Ispirandosi a tale principio e diffondendolo tra il popolo, Gandhi, con straordinario coraggio e determinazione, portò l’India verso la liberazione e l’indipendenza. 


Nei suoi discorsi e insegnamenti, citava spesso il passo del Mahābhārata in cui il principio dell’ahiṃsā viene enunciato, rendendolo la sua dottrina per la liberazione del paese. 

Essendo cresciuto in una famiglia Jainista, Gandhi conosceva bene la non-violenza, intesa come rispetto estremo per tutte le creature, ed era abituato a praticarla. 

Ancora oggi, in ogni parte del mondo, il nome di Gandhi viene ormai associato alla non-violenza. 

In verità, questo principio è molto più antico e lo ritroviamo sia nel Mahābhārata, sia in altri testi della cultura vedica. In sanscrito, "Ahiṃsā Paramo Dharma" significa “la non violenza è il dovere supremo”. Ma ciò che la maggior parte delle persone ignora, è che questo verso del Mahābhārata veniva citato da Gandhi solo parzialmente. 

Il passo completo infatti è: "Ahimsa Paramo Dharma Dharma Himsa tathaiva cha". "La non violenza è il dovere supremo, ma anche la violenza è al servizio del Dharma". 


La prima parte, quella più conosciuta, è applicabile soltanto dai rinuncianti e dagli asceti, che identificano loro stessi con l’Atman, ossia l’anima individualizzata o Grande Sé. 


Tradizionalmente infatti, un rinunciante non dovrebbe difendere sé stesso neanche in caso di pericolo poiché significherebbe la sua identificazione con il corpo e non con la Divinità. 

L’Ahiṃsā veniva vissuta allo stesso modo anche dai Brahmana, il cui ruolo nella società era quello di studiare e diffondere gli insegnamenti spirituali ed essere benevoli con tutte le creature. 


Lo Kṣatriya invece era il guerriero, il protettore della società e aveva il ruolo di difendere i più deboli e, più in generale, il loro Dharma, inteso non solo come legge e sentiero spirituale di ogni persona. 

Era dovere dello Kṣatriya intervenire per combattere le ingiustizie, i soprusi e le violenze, e questo è il significato della seconda parte del passo del Mahābhārata. 


Un guerriero che si trova ad assistere a un’azione lesiva perpetrata nei confronti di una donna o di un bambino, fa il possibile per impedire che venga loro fatto del male, anche a costo della sua stessa vita.