Accademia Shiva Ksatriya Vidya

I TRE FIGLI DI VYĀSADEVA


Un tempo, nell’antica India, vi era un regno vastissimo, governato dalla dinastia del Bhārata. Il re Shantanu si era sposato con la bellissima Satyavati, figlia del re dei pescatori, promettendo in cambio al padre di lei che solo i figli avuti da questo matrimonio avrebbero governato il regno. Questo fu reso possibile dal primogenito di Shantanu, Devavrata, avuto da un precedente matrimonio con la dea Ganga, incarnata in una comune mortale. 


Devavrata, conosciuto per la sua ineccepibile virtù, comprendendo che il padre non sarebbe mai stato felice se non avesse avuto in sposa Satyavati, decise di fare voto di castità e di rinuncia al regno, permettendo a Shantanu di convolare a nozze con la bella fanciulla.

Nacquero due figli: il primo fu chiamato Citrangada, il secondo Vicitravirya.

Shantanu morì lasciando ai due giovanissimi figli l’incombenza di un regno da governare, motivo per cui Bhishma, nuovo nome di Devavrata che significa “colui che fece un giuramento terribile rispettandolo”, assunse sulle sue spalle il peso del trono.

Appena Citrangada ebbe raggiunta la maggiore età, ascese al trono, ma non governò a lungo: in un combattimento contro un gandharva, un essere celeste che aveva il suo stesso nome, fu sconfitto e cadde morto.

Suo fratello minore, Vicitravirya, era ancora troppo giovane, e così l'onere del governo ricadde di nuovo sulle spalle di Bhishma.

Dopo che il principe ebbe sposato le bellissime principesse sorelle, Ambika e Ambalika, vivendo con loro sette anni di gioioso matrimonio, una malattia lo portò via da questo mondo ancora molto giovane e senza eredi.

Satyavati era disperata: aveva perso il marito e due figli in pochissimo tempo e per di più la prestigiosa razza dei Bhārata rischiava di estinguersi. L'unico che potesse ripristinarla era Bhishma, ma per quanto lei tentasse di indurlo a generare figli con le mogli del fratellastro, egli rifiutava con vigore l'idea, ricordando alla matrigna il voto di castità assoluta fatto per essere rispettato in qualunque circostanza. 


A quel punto la regina, non trovando altra soluzione, raccontò a Bhishma del suo incontro con il rishi Parashara.

“ Come sai, io sono nata da una apsara, la quale dopo avermi partorito mi lasciò cadere nel fiume, dove venni ingoiata da un pesce. Il pescatore che mi ritrovò nel ventre dell'animale mi adottò. A quel tempo non avevo l'odore fragrante di ora, al contrario emanavo un insopportabile puzzo di pesce. Un giorno fui vista dal saggio Parashara, il quale fu attratto da me tanto che desiderò avere un figlio.

"Io non volevo, ma lui mi convinse, sostenendo che oltre a farmi riacquistare la verginità appena dopo il parto, mi avrebbe anche impregnata di un gradevole odore di fiori di foresta. Così partorii un bambino al quale vennero dati i nomi di Krishna Dvaipayana e Vyasa; egli diventò il saggio glorioso che anche tu ben conosci.

"Ora," continuò Satyavati, "secondo le regole vediche, in momenti di eccezionali frangenti, come quelli che stiamo affrontando, dei saggi spiritualmente evoluti possono fecondare le Regine. Chi meglio di lui potrebbe salvarci da questa incresciosa situazione, considerando anche il fatto che è un membro della nostra famiglia?-

Bhishma trovò che l'idea era buona e ne parlò con Ambika e Ambalika, le quali accettarono. Satyavati mandò dei messaggeri all'eremo del figlio, il quale, vista la grave circostanza, arrivò di gran carriera a palazzo, accettando di avere un figlio con le attraenti regine.

Purtroppo Vyasadeva era
stato interrotto durante le sue dure pratiche ascetiche senza che ci fosse
un’adeguata preparazione spirituale da parte delle regine, cosa che avrebbe
richiesto almeno un anno. Questo comportò che, oltre al naturale portamento
austero e maestoso del santo che spesso incuteva timore, Vyasadeva scese dai monti con il corpo rovinato dalla sua dura vita, oltre che sporco e maleodorante.

La regina Ambika, quando lo vide, non riuscì minimamente a sopportare la vista dell’orrendo asceta e tenne durante l’incontro gli occhi accuratamente sigillati.

Alle prime luci dell'alba Vyasa si recò da Satyavati.

"Tua nuora Ambika non è riuscita a sopportare la mia vista," le disse il saggio, "e nel vedermi ha chiuso gli occhi, senza più riaprirli. Tuo nipote sarà forte come diecimila elefanti e dotato di una fine intelligenza ma cieco"

Satyavati supplicò il saggio di recarsi dall’altra regina, non potendo mettere sul trono un re cieco, e lui accettò.

La notte seguente Vyasa entrò nelle stanze di Ambalika la quale era stata istruita circa l’aspetto del saggio e riuscì a tenere gli occhi bene aperti, senza però trattenersi dall’impallidire vistosamente.

"Questo tuo secondo nipote," riferì poi Vyasa alla madre, "sarà un grande uomo, ma poiché nel vedermi la madre è impallidita, avrà una carnagione bianca come la luna".

Satyavati capì che il pallore del nipote era legato anche ad un altro triste fatto: il ragazzo non sarebbe vissuto a lungo. Implorò Vyasa di concedere una seconda visita ad Ambika.

"Farò come tu mi chiedi," rispose il sapiente, "ma sarà l'ultima volta, poiché le ingiunzioni vediche proibiscono che un tale atto possa ripetersi più di tre volte. Questa notte visiterò ancora Ambika."

La regina Ambika accettò con riluttanza, paventando il momento in cui avrebbe dovuto nuovamente incontrarsi con l’incolto asceta. All’ultimo, presa dalla paura e dal rifiuto, chiese alla sua ancella di sostituirsi a lei, dicendole che di sicuro al buio Vyasadeva non avrebbe notato lo scambio.

La ragazza, al contrario delle due regine, si mostrò molto cordiale e riverente nei confronti del saggio che approvò compiaciuto la condotta spiritualmente elevata della serva.

"Siccome tu non sei stata disturbata dal mio aspetto e hai pensato solo a far del bene, avrai un figlio grandissimo, che sarà un'incarnazione di Dharmaraja, il dio della giustizia anche se non governerà mai, in quanto tu sei una serva" aggiunse infine, facendo capire all’ancella di non essere affatto stato ingannato.

Nel corso del tempo Ambika partorì un figlio maschio, cieco come era stato previsto da Vyasa, e fu chiamato Dritarashtra. Anche Ambalika partorì un maschio che fu chiamato Pandu che significa appunto pallido. La serva, invece, partorì uno splendido bambino che fu chiamato Vidura e la cui proverbiale saggezza divenne tale che perfino Bhishma si rivolgeva a lui nei momenti di dubbio.

E fu così che la dinastia del ·Bhārata non si estinse, anzi, crebbe in gloria e magnificenza anche se il destino avrebbe riservato a questa reale famiglia sorprese inaspettate.