Accademia Shiva Ksatriya Vidya

LA NASCITA DI GANESHA

Un mattino mentre Pārvatī faceva il bagno, Śiva, insieme al sacro topo Nandia, sorprese la Dea nel suo bagno. 

Lei non fece alcun rimprovero al suo sposo, ma si ricordò di ciò che gli avevano fatto notare Jaya e Vinaia.

I due avevano fatto notare a Pārvatī che mentre Śiva era circondato da

servitori pronti a servirlo e a proteggerlo, lei non aveva nessuno che la servisse. 

A questo punto la Dea decise di creare un essere che gli  obbedisse perfettamente. 

Con i suoi poteri creò quindi un bambino e gli donò la vita. Era grande, bello e molto forte per la sua giovanissima età. Ella gli donò vesti immacolate e lo benedì: “Tu sei il mio beneamato figlio. Tu mi sei caro tra tutti.” A queste parole, il fanciullo si inchinò di fronte alla Madre dell’Universo, dicendogli: “Obbedirò a tutti i tuoi ordini, non hai che da parlare”. 

A quel punto Shri Pārvatī gli chiese di installarsi come guardiano alla porta dei suoi appartamenti: “Nessuno deve entrare senza il mio permesso” e la dea consegnò a Gaṇeśa un grande bastone, in modo che egli potesse dissuadere qualsiasi visitatore dall’entrare nelle sue stanze. 

Qualche istante più tardi, Śiva si presentò di nuovo alla porta degli appartamenti della Dea, e Gaṇeśa non sapendo che fosse lo sposo di Pārvatī, gli disse:” Senza il permesso di mia madre, che attualmente sta facendo il bagno, nessuno può entrare”. 

Come Śiva provò a entrare, Gaṇeśa lo colpì due volte con il suo bastone. Śiva fu costretto a ritirarsi e, costernato, chiese ai suoi servitori, i Gaṇa, di andare a chiedere chi fosse quell’intruso alla porta della propria dimora. 

I Gaṇa minacciarono Gaṇeśa, il quale diede loro una serie di colpi di bastone facendoli fuggire a gambe levate verso il loro Signore che rise di loro trattandoli da vigliacchi. 

Nel frattempo la Dea intese il rumore della disputa fuori dalla sua casa e fece dire a Gaṇeśa di restare al suo posto. 

Gaṇeśa si rivolse allora ai Gaṇa: “Voi ed io facciamo lo stesso mestiere. Voi siete i servitori di Śiva mentre io guardo la porta degli appartamenti di mia Madre. Ho ricevuto degli ordini; nessuno deve passare e nessuno passerà”. 

I Gaṇa riportarono a Śiva le parole di Gaṇeśa. Il  Dio rispose così: “Voi siete i miei uomini di sostegno, voi mi siete tutti cari. Tuttavia se verremmo rigettati, la voce che Śiva è subordinato alla sua sposa potrebbe espandersi. Bisogna dunque battersi, affinché ciò che è scritto si realizzi”. 

I Gaṇa tornarono ad affrontare Gaṇeśa, ma vennero ancora sconfitti. 

Śiva si infuriò e mandò tutta la sua schiera di servitori contro il bambino, ordinandogli di ucciderlo. 

Tutte le armi vennero lanciate su di lui, ma a quel punto Shri Pārvatī evocò due forme divine, Kālī e Durgā, affinché dessero sostegno a Gaṇeśa. 

La prima, aprendo la bocca, inghiottiva tutti i proiettili mentre la seconda, in groppa alla sua feroce tigre, con la sua foresta di braccia e armi sterminava tutti i Gaṇa che le si paravano di fronte. 

Mai si era inteso un tale tumulto in tutto l’Universo. 

Vedendo la disfatta dei suoi Gaṇa, Śiva, colmo di furore, si recò sul campo di battaglia e grazie all’ingegno e all’aiuto di Viṣṇu trinciò la testa di Gaṇeśa con il suo tridente. 

La notizia della morte di Gaṇeśa si sparse come un soffio di polvere. 

La Dea Pārvatī apparì furiosa minacciando di distruggere con un diluvio l’intero universo. 

L’unico modo per scongiurare la distruzione era quello che a Gaṇeśa fosse ridata una testa. 

Quando Śiva venne a conoscenza della richiesta di Pārvatī disse ai suoi servi: “La pace deve ritornare nei tre mondi. Andate in direzione nord, e al primo essere che incontrerete tagliategli la testa e fissatela sul corpo del figlio di Pārvatī.” 

Non molto distante incontrarono un elefante, e come Śiva aveva ordinato gli tagliarono la testa. 

In seguito misero uno sull’altro il corpo del giovane fanciullo e la testa dell’elefante appena ucciso, poi recitarono dei Mantra Vedici e versarono insieme dell’acqua consacrata sul corpo del fanciullo, che si alzò con la stessa semplicità con cui ci si sveglia dal sonno. 

Con la sua testa d’elefante, era estremamente grazioso e sorrideva a tutti coloro che erano lì riuniti. 

Lo presentarono alla Dea e lo incoronarono capo dei Gaṇa di Śiva (Ganapati). 

La Dea lo accarezzò e lo coprì di baci: “Il tuo viso figlio mio, è del colore del vermiglio; si dovrà dunque venerarti con delle polveri di colore rosso. Coloro che ti offriranno dei fiori di Ketaka, della pasta di sandalo, dei profumi, degli zuccherini, delle foglie di Betal, e faranno la circoambulazione della tua immagine, che sarà venerata ovunque, questi saranno liberati da tutti gli ostacoli che impediscono la loro realizzazione”. La pace si ristabilì sulla terra. Śiva poggiò allora le sue mani di loto sulla testa di Gaṇeśa e rivolgendosi agli altri Dei dichiarò: “Questo è il mio beneamato figlio! In tutti i riti bisognerà venerarlo. Se non gli si rende omaggio in primo luogo, nessuna preghiera potrà raggiungermi”.