Accademia Shiva Ksatriya Vidya

L'INCONTRO DI ŚIVA E PARVATI


La prima moglie di Śiva, Satī, si era gettata volontariamente nel fuoco perché incapace di sopportare il disprezzo del padre nei confronti del suo amato marito, Śiva. 

Quest’ultimo, addolorato, si era completamente dedicato alla meditazione e alla penitenza, facendo voto di castità e rinunciando dunque a qualsiasi interesse mondano. 

Proprio vicino al bosco dove Śiva meditava, viveva il re della montagna, Himavat che sposò Menaka, una bellissima ninfa celeste, e dalla loro unione nacque Pārvatī. Ella crebbe in bellezza e divenne amabile e vivace e quando raggiunse l’età adulta, i suoi genitori si premurarono di trovarle un buon marito. 

Il padre, Himavat, voleva per la figlia qualcuno veramente degno, ma non sapeva proprio chi mai fosse l’uomo degno di sposare la sua pura e bellissima figlia. 

Un giorno il saggio Nārada andò a far visita a Himavat. Nārada che, come molti saggi, aveva capacità profetiche predisse che Pārvatī fosse destinata a sposare il potente Signore Śiva, cosa che riempì di gioia il cuore di suo padre. 

Himavat sapeva infatti che le profezie di Nārada si realizzavano e così decise di mandare la figlia, con alcune ancelle, a servire Śiva per i suoi rituali nella speranza che riuscisse a conquistare il suo amore. 

Infatti Pārvatī era la reincarnazione della precedente moglie di Śiva, Satī, e quando conobbe Śiva nel suo cuore nacque un immediato amore e una profonda devozione per Lui, mettendosi dunque al suo servizio con estrema dedizione, senza sapere nulla della profezia di Nārada. 

Nel frattempo gli dei erano in enorme difficoltà, perché il demone Taraka era diventato una minaccia e niente riusciva a placare la sua sete di potere e dominio. 

Persino Brahmā (il Dio creatore) era impotente: infatti il demone era diventato potente per virtù delle benedizioni che il Dio stesso gli aveva concesso. 

L’unica salvezza per gli dei era rappresentata dal figlio di Śiva e Pārvatī, Kārttikēya. 

Così, per assicurarsi che Śiva e Pārvatī s’innamorassero, incaricarono Kāma, il Dio dell’amore, di scoccare le sue frecce e far centro nei loro cuori, infiammandoli l’uno per l’altra. 

Kāma eseguì il suo compito alla perfezione: sia Śiva che Parvati cominciarono a sentire un profondo amore l’uno per l’altra, ma Śiva riuscì a controllare i suoi sentimenti e si accorse del trucco. 

Senza esitazione, lanciò un occhiata al povero Kāma che fu ridotto in cenere, e si allontanò, continuando a non ricambiare l’amore di Pārvatī. 

Quest’ultima era sinceramente e completamente innamorata del Signore Śiva e non poteva darsi pace per il fatto che lui non la degnasse di uno sguardo. 

Alla fine decise che se Śiva non la considerava per la sua bellezza, sicuramente l’avrebbe considerata per i suoi sacrifici ascetici e devozionali. Lasciò dietro di sé gioielli, lusso e bellezza per ritirarsi nella foresta dove visse in penitenza per alcuni anni, dedicandosi ogni giorno alla preghiera e alla rinuncia. 

Di notte giaceva sulla nuda terra, mentre di giorno si dedicava senza sosta alle sue pratiche ascetiche, rinunciando gradatamente anche al cibo.
Alcuni anni passarono quando un giorno, mentre Pārvatī eseguiva i soliti rituali, un giovane eremita l’approcciò. 

Pārvatī s’inchinò umilmente a lui. Lui studiò con ammirazione la giovane e bellissima asceta, prima di rivolgerle le seguenti parole: “Come può la tua tenera ossatura sopportare un così arduo compito spirituale?” Tutta la sua austerità, aveva avuto come effetto quello di arricchire e affinare la squisita bellezza di Pārvatī. 

Lui continuò: “Veramente tu hai provato al mondo che bellezza e purezza non si annullano l’una con l’altra. Le tue azioni hanno coronato tuo padre con una più grande gloria di quanta già non ne avesse. Nobile fanciulla, perché hai intrapreso una tale severa penitenza? È comune per una persona sola, angustiata e addolorata vivere una vita da eremita. Ma com’è possibile che tu, così pura, amata e apprezzata da tutti faccia questo? Ah! È forse per un amore non corrisposto? No, questo sarebbe davvero impossibile! Una gemma inestimabile come te è ricercata e non cerca…” e la guardò poi con tenerezza, e continuando “Va a casa bella fanciulla! Ti darò metà dei meriti che ho guadagnato se interrompi questa penitenza. Ma per favore dimmi qual è la ragione.” 

Pārvatī chiese soccorso ad una sua ancella, la quale si rivolse all’eremita dicendo: “Lei ha offerto il suo cuore per ottenere l’amore di Śiva. Ella ha fallito nel conquistarlo con la sua bellezza, così ha deciso di dedicarsi a penitenza e austerità. Ella lo invoca spesso, ma Śiva è sordo ai suoi appelli.” 

L’eremita, rivolgendosi a Pārvatī, rispose: “È dunque vero o la tua amica sta scherzando?” 

Ella allora disse: “Sì, è vero! Io adoro il grande Śiva. Sono sicura che guadagnerò il suo amore con la penitenza e la devozione”, e l’eremita disse: “O mia signora, io conosco Śiva. Egli è coperto di cenere e serpenti decorano il suo corpo, che è coperto di pellame dal cattivo odore. Come può il tuo dolce e tenero Sé diventare sua moglie? Egli è deforme, rozzo e povero. I suoi antenati sono ignoti. Egli non va bene per te, lascialo perdere e cerca qualcuno più degno di…” 

“Basta!” lo interruppe Pārvatī piena di rabbia “ci vuole una grande anima per conoscere una grande anima” e così, piena d’adorazione parlò in onore del suo amato Signore. 

Improvvisamente il giovane eremita si rivelò essere proprio Śiva e a quel punto non c’erano dubbi: Pārvatī era riuscita a vincere il cuore di Śiva.